Cosa significa essere poveri oggi in Italia


Pubblicato il 02.12.2019 in News Sociale


Alcuni dati sulla povertà in Italia e una storia, che può aiutare a infrangere la retorica che descrive le persone povere come un tutt'uno, a volte criminalizzandole, a volte trattandole con paternalismo, a volte descrivendole con un lirismo ingenuo

 

Se nel 2018 le persone più ricche d’Italia avessero voluto incontrarsi, avrebbero potuto organizzare una cena. I 21 commensali avrebbero potuto contare su una ricchezza di circa 107 miliardi di euro, pari a quella del 20 per cento più povero della popolazione. Se gli italiani che vivono in una situazione di povertà assoluta avessero voluto fare lo stesso, l’operazione sarebbe stata un po’ più complicata.

Le persone che non riescono a permettersi un’alimentazione adeguata, una casa riscaldata e il minimo necessario per vestirsi o curarsi sono cinque milioni. È come se gli abitanti di Roma, Milano e Napoli dovessero trovare una città in grado di ospitarli tutti, o se i residenti in Sicilia decidessero di spostarsi in massa verso un altro luogo.

“La profonda disuguaglianza ha un pedigree estremamente lungo”, scrive lo storico Walter Scheidel, che nel libro “La grande livellatrice” ripercorre l’intreccio tra disuguaglianza e violenza dalla preistoria a oggi. “Duemila anni fa, nell’impero romano le maggiori fortune private equivalevano a circa 1,5 milioni di volte il reddito annuo pro capite medio, all’incirca lo stesso rapporto che intercorre oggi tra Bill Gates e l’americano medio”.

A metà del 2018 il 20 per cento più ricco degli italiani possedeva circa il 72 per cento della ricchezza nazionale. E nelle mani del 5 per cento più ricco c’era la stessa quota di ricchezza del 90 per cento più povero.

La situazione è peggiorata negli ultimi dieci anni a causa della crisi economica cominciata nel 2008. La ricchezza dell’1 per cento degli italiani più ricchi ha continuato a crescere – facendo registrare un calo solo tra il 2016 e il 2017 – mentre le persone in difficoltà sono aumentate.

Negli ultimi anni sono aumentati anche i minori che vivono in situazioni di povertà. Save the children ha calcolato che il loro numero è triplicato: “Nel 2008 appena un minore su 25 (il 3,7 per cento) era in povertà assoluta, un decennio dopo si trova in questa condizione ben 1 su 8 (12,5 per cento). Sono numeri che spaventano: nel 2007 i minori in povertà assoluta erano circa mezzo milione, oggi sono 1,2 milioni”.

A chi pensa che questa situazione sia circoscritta, l’Oxfam ricorda che in Italia una persona su quattro è a rischio povertà. Il confine tra chi ce la fa e chi non ce la fa è molto più sottile di quanto si creda. Le statistiche aiutano a scattarne una fotografia, ma da sole non bastano a misurarlo, a coglierne le sfumature, a capire cosa significa scivolare, o precipitare, da una parte all’altra. Le storie di chi è stato in difficoltà, o lo è ancora, aiutano a farlo.

Nei loro racconti ci sono sempre dei momenti in cui si sente un rumore, come di qualcosa che va in frantumi: un lavoro, una famiglia, una speranza. Spesso le persone sono lasciate sole a raccogliere i cocci, qualche volta trovano un aiuto che riesce a farle rimettere in piedi. Il reddito di cittadinanza ha restituito a tanti un po’ di ossigeno, ma non ha abolito la povertà, come prevedeva con enfasi il governo italiano nel 2018. Piuttosto, ogni tanto decreti sicurezza, daspo urbani e sgomberi hanno provato ad abolire i poveri. 

Le storie di persone in città diverse aiutano a capire quanto queste risposte possano essere riduttive, inefficaci, spesso pericolose. E aiutano a infrangere la retorica che li descrive come un tutt’uno, a volte criminalizzandoli, a volte trattandoli con paternalismo, a volte descrivendoli con un lirismo ingenuo.

 

Pubblichiamo una delle cinque storie raccolte e raccontate, che vi invitiamo a leggere su Internazionale.

Il pittore che ha dormito ovunque

Carlo Mazzioli, 70 anni, vive in un centro della Caritas a Roma.

Se dovessi dire quando sono cominciate le difficoltà, direi che sono cominciate subito. Penso di esserci nato, nelle difficoltà. Era il 1947, eravamo in pieno dopoguerra e Monteverde Nuovo, a Roma, era un quartiere con intorno orti, casolari e campagna, dove vivevano molte persone povere. Mio padre e mia madre lo erano. Papà aveva fatto l’autista per i militari americani dopo che avevano liberato Roma, poi aveva continuato per qualche anno. Faceva avanti e indietro dall’ambasciata americana in via Veneto. Mamma faceva la casalinga. Io ero il primo di tre fratelli e i soldi non bastavano mai. Vivevamo in affitto e spesso cambiavamo casa.

Io ho cominciato a lavorare da ragazzo. Negli anni settanta ho lavorato alla Bottega dell’artista a Trastevere, preparando le tele e i colori per chi dipingeva. Tra i clienti c’era pure Giorgio De Chirico. Io stesso disegnavo e facevo acquerelli, cosa che non ho mai smesso di fare. Alla Bottega ci sono rimasto tre o quattro anni. Le cose nella mia vita sono peggiorate quando papà si è ammalato di tumore alle ossa. Ha sofferto tantissimo, un dolore davvero inimmaginabile. È morto poco dopo, e poi è morta pure mia mamma, per un tumore al fegato, e la loro perdita mi ha segnato per sempre. Io e i miei fratelli eravamo ragazzi e oltre che orfani ci siamo ritrovati senza una casa, senza niente.

Io non ho potuto studiare, mi sono fermato alla terza media, e trovare lavoro non è mai stato semplice. Ho fatto un po’ di tutto, ma senza mai riuscire a farcela davvero. E così, senza un posto dove dormire e senza un lavoro stabile, lentamente mi sono ritrovato per strada già negli anni settanta. Ho dormito ovunque. Nelle stazioni, nei parchi, sul lungomare di Ostia. E la vita di strada ti segna. Era così negli anni settanta ed è così ancora oggi. Si fanno delle amicizie, ma tante se ne perdono. Io non sento quasi più nessuno delle persone che ho conosciuto in giro. Molti si sono persi, altri non so che fine hanno fatto. Può succedere a chiunque, basta un divorzio, un licenziamento. E piano piano, se non hai chi ti aiuta, finisci per strada. Questa società non perdona nessuno.

Oggi ho una pensione sociale di circa seicento euro ma non ce la faccio lo stesso a pagarmi un affitto a Roma. Dormo nel centro Santa Giacinta della Caritas e di giorno ogni tanto vado a Binario 95. Grazie a Binario sono anche andato a Parigi perché ho vinto un concorso di pittura. Santa Giacinta e Binario sono posti tranquilli, con pochi ospiti, dove hai la libertà di entrare e uscire quando vuoi, entro certi limiti, e dove si possono fare delle attività. Proprio in uno di questi posti ho conosciuto la mia compagna, una decina di anni fa. Ero alla Caritas di Ostia, dove si trovava anche lei perché era in difficoltà. È portoghese e ora è dovuta tornare a Lisbona per dare una mano al padre di 91 anni. Ci sentiamo ogni giorno e io sono andata a trovarla due volte. Facciamo quello che possiamo.


Autore: Giuseppe Rizzo